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lunedì 1 novembre 2010

The day after (1/11/2010)

La sveglia suona ma non ho molta voglia di alzarmi. Mi lascio coccolare un po' dal tepore delle coperte, sono in astinenza di calore umano. Mi tocca. C'è da pulire il bagno prima di uscire: i resti di barba di Ombra per terra e gli schizzi di fard nel lavandino di Fossette non si toglieranno di mezzo da soli, a meno che non sia a conoscenza di altre stranezze turche.

Oggi è il giorno del test, si decide il livello della mia competenza della lingua turca. L'esito sarà scontato: zero. Per raggiungere la scuola scendo, per forza, dal bus in Piazza Taksim. Non so se sia suggestione ma c'è un gran puzzo di bruciato qui intorno. A ricordarci dell'avvenuto poche candele e qualche foglio colorato. Del resto, i poliziotti non sono molto amati qui.

Il sole è spavaldo oggi, tanto che mi costringe a levarmi la giacca. Mi spingo fino alla torre di Galata, osservando i negozi di strumenti musicali. Trovo posto sull'unica panchina irradiata di luce, quasi che i turisti ne siano allergici e ascolto la parlata bolognese dei miei vicini di seduta. Non male ascoltare questa musica ogni tanto.
Una ripida discesa di negozi di lampadine mi porta al mare, suggerendomi il Ponte di Galata. Io non lo passo però: resto ad osservare i balikcilar (pescatori) tutti intenti ad arraffare qualche pesce. (mise 9)


Nei miei giri pesca arrivo in un altro dei mitici quartieri tematici di Istanbul: in vetrina ogni tipo di arnese per lavorare i metalli e in più trapani, chiavi inglesi, viti, dadi. Si spiega la prevalenza maschile del circondario. Faccio dietro-front, inciampo di nuovo nel traffico cittadino e mi arrampico nuovamente per le chilometriche scalinate, arrivando in cima col fiatone. (mise 10)


Si fa più fresco con il sole che fa “Gule Gule”. Mi siedo in un bar e ordino un te dopo l'altro, mentre cerco di trarre profitto dal metodo Assimil: non so se è stata una scelta oculata, visto che non c'era in italiano. Cerco di imparare il turco con un testo francese, bah. (mise 11)


Arrivano le 18.15 in un baleno. E' tempo di andare all'Istituto italiano di cultura di Istanbul. Conferenza con Vincenzo Cerami, tra le altre cose sceneggiatore de “La vita è bella”. Masterpiece rimane comunque il suo borghese piccolo piccolo. Il dibattito è scorrevole, anche se il tema sarebbe potuto sembrare esageratamente intellettualoide: “Scienza e coscienza della letteratura”. Non manca qualche scivolata riguardo alla prima forma d'arte che ci porta ad individuare i primi veri uomini nel Pleistocene, dopo le bestie, quegli ominidi...
Non capisco perchè tutti si vogliano sporcare la bocca con ciò che ignorano, anche quando sono dei grandi conoscitori delle più disparate discipline!


A casa trovo il mio carissimo Ombra, che mi racconta della sua giornata di lavoro. E' andato in un altro scavo di emergenza, dove i muri neolitici sono quasi impercettibili, perchè, mi dice, “There aren't made by stones or brik”. Dilemma archeologico turco: hanno così tanta roba che non riescono a distinguere i “segni”, così labili, dell'uomo preistorico, se non sono in muratura!!!
Quasi me lo figuro a scavare a Sesto Fiorentino che mi si rivolge e dice: “Marianna, what fu**ing excavation is that?”.
A chi troppo e a chi nulla.

domenica 31 ottobre 2010

Le bambole del quartiere (31/10/2010)

Stamattina non è cominciata come una delle migliori. Dopo essermi stiracchiata tutti i muscoli ho mosso pochi passi verso la cucina, il bagno e di nuovo in camera. Il sole passa dalla finestra mentre mi metto in posizione Skype. Non avevo proprio guardato le notizie.

Compresa la preoccupazione dei miei compari italiani, riesco a tranquillizzare tutti. Di nuovo, mi mostro apatica. Come se fosse una cosa normale.
D'altro canto vengo derisa a più riprese da Ombra (cfr. Sidar) e Fossette, e poi dai loro amici: ho semplicemente chiesto “What happens?” quando ieri sera è saltata la corrente. Qui è una cosa da niente: salta senza che nessuno se ne stupisca. Non c'è nessun interruttore da tirar su. Ombra mi ricorda che sono really europea. Sempre ieri sera Ombra mi racconta dei nostri vicini, prevalentemente donne. La tipa che abita nel nostro pianerottolo lavora principalmente di notte, è una biondona russa. La vecchina di sotto sembra venire da un vecchio film di paura: è tanto tanto carina, educata e gentile, peccato che sia sfregiata per metà del suo viso. Sono curiosa di vederle.

Oggi la giornata è piacevole e, nonostante abbia davvero tanto da studiare, non voglio sprecare la mia permanenza qui a stare tutti i giorni in casa. Mi avvio a ripetere il percorso dell'altro giorno, ma con una luce eccezionale, quella del sole d'inverno. 

Passo per il viale principale, Ordu Caddesi, scrutando quel che resta del Foro di Teodosio, che tra il marciapiede e la strada muta in cassonetto e portacicche a cielo aperto. (mise 6)


Arrivo di nuovo inevitabilmente a Hagia Sophia. Oggi è più bella e maestosa, la pioggia non le rendeva giustizia. (mise 7)


Mi siedo e osservo un po' i turisti. I più beceri, come al solito, sono gli italiani, non c'è proprio nulla da fare. Tra l'odore delle pannocchie di granoturco e castagne arrosto, mi avvicino con cautela al mare, ma non troppo.
Nella strada di casa mi aspettano altre donne, impavide, inamovibili, ma, soprattutto, inquietanti. (mise 8)